La vita mitica di alcuni imprenditori come Elon Musk torna incredibilmente utile quando siamo chiamati ad analizzare scientificamente le fasi di vita di questi personaggi eccentrici, genialoidi ma pur sempre impegnati a costruire un futuro migliore per tutti. Le avventure di quest’uomo, ad esempio, iniziano nei primi anni 2000, quando lanciò il suo marchio di missilistica privata SpaceX. Non molti anni più tardi destinò milioni per la sua compagnia di auto elettriche, la Tesla. Tutti ridevano di lui, dal momento che ognuno dei suoi veicoli spaziali, puntualmente, esplodeva in orbita e la costruzione e la consegna delle auto era in ritardo di mesi. Improvvisamente arrivò il fatidico punto di non ritorno: rimasero abbastanza soldi per finanziare solo un ultimo lancio e, sul fronte dell’altro business, se le auto non fossero arrivate entrambe le sue attività sarebbero fallite e così anche la sua fortuna. Quando intervistato Musk afferma che stava per avere un esaurimento nervoso ma, sorprendentemente e con un pizzico di fortuna, il lancio del razzo ebbe successo, la NASA stipulò con la SpaceX un grandioso contratto, le macchine furono consegnate e, oggi, Musk continua a gestire entrambe le attività.

Nella Silicon Valley oggi non puoi dire di aver avuto veramente successo fino a che non hai fallito (o quasi). In questo senso il fallimento (o l’andarci vicino) costituiscono una questione di orgoglio. Diventa una storia da essere raccontata, una parabola, una memoria del fondatore che descrive accuratamente cosa, perché e come la sua attività non è andata a buon fine e forse, come è riuscito a sopravvivere.

In certi termini la struttura sembra ripetersi sempre allo stesso modo: un’idea fantastica e un piano stupendo da concretizzare. Successivamente, avversità che mettono a dura prova il carattere dell’imprenditore. Infine la caduta (di solito perché finiscono i fondi); tuttavia nessuno nega che le grandi cose sono come le fenici: nascono, appunto, dalle ceneri.

La ragione per cui molte persone sono ancora impaurite dal fallimento, sono ossessionate dalla paura di non avere successo, sembra inconscia: gli imprenditori potrebbero aver adottato una delle più forti narrative della nostra cultura: quella connessa alle avversità e alla redenzione.

Per la cultura occidentale le difficoltà non sono inutili, non costituiscono qualcosa da essere demonizzato a tutti i costi. Possiedono, piuttosto, un valore catartico e trasformativo, rappresentano un passo necessario alla realizzazione del se’. Il prof. McAdams, della Northwestern University dell’Illinois, ha individuato cinque fasi che compongono questa narrativa: 1)un senso di originalità, di sentirsi diverso, creativo; 2) un forte senso di determinazione ;3)l’arrivo di avversità di vario tipo; 4) una re-interpretazione di queste difficoltà in esperienze positive; 5)un impegno ad essere socialmente utile. Il professore ha notato che le persone avevano fatto loro questo tipo di atteggiamento mentale tendevano ad essere più ‘generative’: in altre parole, sono più responsabili, costruttivi, ottimisti e resilienti. Un’altra cosa che li differenzia dagli altri è che sono profondamente preoccupati con la loro eredità culturale, il loro lascito e che, in virtù di questo, vorrebbero essere ricordati come risolutori di problemi mondiali. Nondimeno questo forte senso di ‘fardello del miglioramento’ si accompagna normalmente ad una disposizione arrogante , ad un atteggiamento fiero ed orgoglioso che ben si sposa con l’ego geek, stravagante ed eccentrico che aleggia nella Silicon Valley.

Ora, ci sono tre capitoli principali della versione tech della Storia di Redenzione menzionata da McAdams: il Viaggio Spettacolare, il Momento Cardine e il Rendere il Mondo un Posto Migliore.
Il primo consiste in infinite ore di lavoro, nel sopraggiungere delle prime difficoltà, nelle molteplici possibilità di apprendere dai propri errori e così via. Questo stage è come la ‘sfida morale’ della letteratura classica: tutti gli ostacoli che il nostro eroe incontra sulla sua strada sono visti e letti in funzione del suo futuro trionfo.
La seconda fase, il Momento Cardine, è rappresentato come un momento di presa d’atto, di profondo riconoscimento del fatto che è arrivato il momento di cambiare qualcosa (o molto) nei propri precedenti piani. In questo senso, il ‘riassestarsi’ (pivoting) si riferisce ad una rinascita a partire da un fallimento, è più uno step evolutivo piuttosto che una battuta d’arresto. Anche se la fede nel ‘pivoting’ potrebbe ridursi ad una delusione (anche perché le statistiche affermano che chi fallisce la prima volta è molto più probabile che fallisca di nuovo) è comunque una parte importante nella narrativa del progresso. Stimola la perseveranza e la grinta e mantiene il morale alto: è una mentalità vincente che fortifica una delle risorse più importanti che ogni imprenditore dovrebbe possedere: la resilienza.
Il terzo ed ultimo step è quello relativo alla volontà di migliorare il mondo. Sebbene così possa suonare un po’ presuntuoso, lo storytelling delle techstars culmina sempre in un desiderio autentico di migliorare l’ambiente sociale. Nella narrativa della redenzione la voglia di essere prosperi è perfettamente compatibile con quest’aspirazione che, spesso, culmina in straordinarie opere di filantropia. E’ vero,però, che queste grandi gesta sono spesso dettate da interessi o semplice paternalismo ma, in fondo, ciò che conta sono le azioni, non le intenzioni.

Fontihttps://aeon.co/essays/how-silicon-valley-rewrote-america-s-redemption-narrative